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Gli ultimi mesi di ogni anno scolastico sono, per chi vive e lavora nel mondo della scuola,  mesi che mettono a dura prova. Fatica, stress, ansia e superlavoro connotano gli ultimi giorni di scuola. Sempre! Ogni anno! 

Ci ritroviamo tutti gli anni, indipendentemente dal grado scolastico, a fare gli stessi discorsi, a parlare delle stesse emozioni, delle stesse preoccupazioni.

Ma poi? C’è solo questo? Il “cos’altro?” è soverchiato dalle fatiche fisiche, emotive e intellettuali.

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Nelle riunioni e negli incontri virtuali, il concetto di contesto invisibile si connota esclusivamente come uno spazio relazionale dentro uno spazio immateriale, dove il rischio che la comunicazione diventi il monologo di qualcuno è piuttosto alto e dove la mancanza di uno spazio fatto di tavoli, sedie, muri, arredi e la sostanziale mancanza degli elementi non verbali, rendono ancora più cruciale un uso consapevole e appropriato della comunicazione e della parola.  Questo significa usare consapevolmente il tono e il volume della voce, i silenzi, oltre a un linguaggio preciso e chiaro, in modo che gli altri partecipanti comprendano con chiarezza cosa intendiamo e cosa chiediamo. In mancanza di questa chiarezza forse nessuno ci risponderà nel modo in cui ci aspettiamo. E’ capitato a tutti di annoiarsi a una riunione e questo avviene anche online. Per chi conduce la riunione è estremamente difficile capire se le persone seguono oppure no. Molti possono avere la telecamera spenta e magari sono molto numerosi. Nel reale vedo e capisco se le persone sono attente. Vedo se prendono il cellulare e incominciano a messaggiare o a navigare su internet. O se si addormentano. Come tenere deste e attente le persone?

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Ho notato che le riunioni virtuali hanno mutato molto il modo di fare gruppo, anche tra colleghi che lavorano insieme da tempo. Quando siamo in presenza, difficilmente una riunione inizia  con puntualità. Penso ai collegi docenti, dove le chiacchierate estemporanee di qualche collega con il dirigente permettono agli altri la socializzazione davanti al distributore del caffè. Questo può essere il momento delle piccole confidenze, dei pettegolezzi,delle lamentele fatte a bassa voce, degli scambi di opinione che non avvengono davanti al dirigente. Si parla soprattutto di scuola, ma ci si esprime in libertà. E’ una forma di angolo-confessionale che è naturale e forse anche necessario. Oggi nelle riunioni in Meet o Zoom si assiste a una maggiore puntualità, forse maggiore aderenza all’ordine del giorno e alle questioni professionali, minor perdita di tempo. La conversazione, se è ordinata, diventa apparentemente più efficace. Ma la mancanza di questi piccoli momenti di aggregazione può rarefare le relazioni, indurre al distacco e alla fine indebolire il team. Ricreare almeno parzialmente questi spazi informali, anche nel mondo virtuale, può rinvigorire la relazionalità e di conseguenza, rendere più efficace il lavoro di gruppo. I pochi minuti che precedono l’inizio della riunione non vanno sottovalutati, perchè possono determinare il clima e l’esito di cosa avverrà successivamente. Ricordiamoci che nelle riunioni in presenza i primi minuti sono per salutarsi, scambiare due chiacchiere, eventualmente presentarsi. Del resto quei minuti in ufficio o a scuola esistono, allora anche un angolo del caffè virtuale assume un suo significato. La conversazione personale, prima dell’incontro  o in uno spazio dedicato in cui si possa agire liberamente, senza che la conversazione venga monitorata, ricorda prima di tutto alle persone che non sono sole.

Maria Grazia Cavallino


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 Che cos’è un team virtuale e come cambia la comunicazione professionale?

Riunioni convocate con un messaggio su Whatsapp (o Viber, o Telegram, o Signal, ecc.; non ha importanza), con un preavviso scarso o nullo. Whatsapp per sua natura è più informale, quindi ci si può permettere di non rispettare i canonici giorni di anticipo con cui una volta si inviavano le comunicazioni. Tanto il cellulare ormai lo abbiamo sempre (o quasi) a portata di mano, quindi si può rispondere sempre, anzi, ci si aspetta una risposta immediata. Credo che sia capitato alla maggioranza degli insegnanti. E poi via, sulla piattaforma per la riunione virtuale. Capita anche di ritrovarsi online senza una consegna precisa. Capita. Perché nell’era della comunicazione digitale, che è nata anche per facilitare, migliorare e velocizzare gli scambi, si rischia, se non si è preparati a gestirla, di rasentare l’inefficacia e di demotivare i partecipanti, traendone scarsi risultati. Riluttanza e demotivazione si insinuano così nel team virtuale e ne minano il  lavoro soddisfacente. Qualcuno interviene sempre, altri non parlano mai. Qualcuno entra alla chetichella, con video e microfoni spenti, altri il microfono lo tengono sempre acceso, condividendo con il team i rumori di casa. Si inizia, dando spesso per scontato che tutti sappiano esattamente cosa c’è da fare, non ci sono introduzioni, presentazioni o riassunti di attività precedenti o momenti di raccordo tra i partecipanti. 

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Sono un’insegnante con una esperienza più che trentennale nella scuola primaria. Sono entrata nel mondo della scuola e ne ho vissuto i profondi cambiamenti e l’evoluzione in un periodo storico particolare, che ha portato una vera e propria rivoluzione nell’ambito della tecnologia e dei rapporti sociali.  Fin dai miei primi anni di insegnamento ho percepito come la comunicazione fosse uno strumento cruciale della vita di un insegnante, pur non avendone una profonda consapevolezza. Tuttavia, uno degli aspetti  che ho compreso molto presto è stato che non basta essere molto preparati nelle discipline di insegnamento se poi non si posseggono gli strumenti della comunicazione e non si riesce a sollecitare curiosità e interesse verso ciò che si insegna. Purtroppo il metodo di arruolamento degli insegnanti, oggi attraverso una laurea e il superamento di un concorso, in questo è sempre stato e continua ad essere piuttosto difettoso. Nessuno strumento di selezione fin qui adoperato è stato sufficiente ad evitare quelle che a volte sono clamorose carenze che gli insegnanti, di qualunque ordine e grado, dimostrano nello stare in classe con i loro alunni e nella comunicazione tra loro e con le famiglie. Tutto quello che si impara sui libri, da solo non basta. Occorrono strumenti che vadano oltre il percorso di studi spesso proposto dalle scienze dell’educazione. Occorrono quegli strumenti della comunicazione e quell’intelligenza emotiva che permettono ad un insegnante di appassionarsi alle storie dei suoi alunni, di considerarli prima di tutto persone , di accostarsi a loro con uno sguardo di vero e autentico interesse per quello che sono, non solo per quello che sanno fare o per gli obiettivi che riescono a raggiungere.  Padroneggiare almeno un po’ gli strumenti della comunicazione significa insegnare meglio, creare un rapporto migliore con le famiglie e con i colleghi, quindi in poche parole semplificare la propria vita all’interno di un sistema veramente complesso e molteplice come quello della scuola. 

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